La Valsusa vista. La Valsusa immaginata. La Valsusa frontiera.
Domenico non è uno nato in un collettivo politico extraparlamentare; uno di quelli che hanno fatto comunione e cresima in un centro sociale; uno di quelli che innalzano culto e pagano tributo all’estetica dello scontro. Domenico è un ferroviere. Un attivista tenace e risoluto, non una “banale” testa calda. Per questo, quando comincia a raccontarci la sua Valsusa – una Valsusa vista da emigrante –, ogni parola, ogni concetto, nasconde un valore aggiunto. Un significato recondito. Esplicito. Trentacinque anni sufficienti, più che sufficienti, a non sentirsi viaggiatore di passaggio. A percepirsi come cittadino, parte di una comunità. E, come tale, interessarsi. Prendersi cura. Che poi è il vero segreto dell’appartenenza, aldilà del luogo di nascita.
“La mia grande sfiga è stata quella di informarmi”, dice, davanti alle cinquanta persone e passa che affollano la Sala Auser della Camera del Lavoro.
E dinanzi alla mole impressionante, quasi ingovernabile, di dati e letture sullo scempio in atto e su quello programmato, non si fa affatto fatica a seguirlo nella sua evoluzione a guerrigliero della Valle. A pensionato disposto a macinare migliaia di chilometri per spiegare e rispiegare alla gente d’ogni dove che la Valsusa è si una regione d’Italia. Ma anche tanto altro.
La sua storia non è la storia di tutti. È la storia di alcuni. Un paradigma esaltante.
Il lavoratore meridionale che, in un sol colpo, supera la fatalistica passività del Bar dello Sport, del tressette e del bicchiere di vino; che di slancio si tuffa oltre il timore, il senso d’inutilità, il concetto di alterità che viene dritto dal sentirsi lavoratore e poco altro; e l’idea di dis-appartenenza, di estraneità alla comunità. Attraverso la lotta. Materiale da romanzo, uno di quei romanzi di formazione della coscienza da Partito Comunista di un tempo. Ma qui è tutto vero. Ed è più autentico e immediato. E i partiti, anche loro, hanno fatto il loro tempo. Deogratias.
Si parla della Valle. Della sua composizione sociale, della sua storia recente, del carattere dei suoi abitanti. Si parla di speculazione in grande scala, di infiltrazioni mafiose a braccetto col potere politico e istituzionale. Si parla dell’inutilità dell’opera in sé, del superamento della stessa. Della disinformazione imperante. Ma l’impressione è che ogni nuovo argomento violi una membrana. Ad ascendere. Che ad ogni concetto si conquisti una baita in quota. E che l’aria si faccia sempre più raffinata. Che la Valsusa stessa si trasformi. Da territorio fisico di eretici, partigiani e rivoluzionari a trincea avanzata di un nuovo modo di concepire la lotta e la società del domani. Da vertenza locale a speranza pratica unificante. La difesa comunitaria, la democrazia applicata, le barricate. La dimostrazione che il vittimismo e l’inerzia si possono e si devono superare nella marcia delle popolazioni. Di quelle autoctone – valsusine da generazioni – e di quelle risultanti dalle stratificazioni dell’emigrazione. Dopo un po’, la Valsusa reale diventa una Valsusa immaginata. Diventa un non-luogo percepibile, identico e intellegibile dalla profonda Sicilia al Nordest. Diventa una causa accomunante. Un motivo e una prassi.
Quella che una parte del pubblico, proprio, seguita a non voler concepire.
Le prime domande dalla platea, infatti, ricalcano uno stereotipo. Una preoccupazione urgente. Vogliono sapere, questi illustri concittadini, delle pietre. Se davvero questi eroi positivi si sono lasciati andare a pratiche da Blocco Nero. Si sentirebbero meglio, tranquillizzati nelle loro salde filosofie da supporto esterno, se Domenico rispondesse bene. Per bene. Se fosse corretto. Politicamente corretto. Ancor di più se dicesse, pari pari, che le violenze sono il frutto di quattro infiltrati, inviati da Roma per fare il lavoro sporco e gettare discredito sulla civile, pacifica, nonviolenta e ferma lotta della buona, semplice e cara gente della Valle. La loro Valsusa domestica sarebbe ugualmente lontana e distante – dalla vita di tutti i giorni – ma il mancato biasimo la renderebbe comunque un posto più idilliaco. Di cui potersi fidare. E potrebbero tornare a dormire su sette guanciali. È un vizio antico. Un vezzo anchilosato, questo, di questi supponenti sergenti del nulla. Non sapersi timidamente limitare ad un appoggio esterno, aereo e impalpabile (e silente), ma dover, con la forza dell’ostinazione, imporre persino i metodi, le condotte. Gli step. E sentirsi in diritto, quasi in dovere, di criticare, di esecrare, ciò che non hanno mai visto. Peggio ancora: ciò che non hanno mai sentito, o vissuto. Domenico, trentacinque anni di lavoro e pochi grilli per la testa, risponde come meritano. Che la Valsusa non è un laboratorio di guerriglia per giovani sfaccendati, per scappati di casa raccattati qua e la in Europa. Che la Valsusa è la ventennale battaglia dei suoi figli. E di tutti coloro che hanno deciso di esserne parte, aderendo ai principi e accettando la guida dei valligiani. Un tutt’uno che non presenta spiragli opportunistici. Scissioni formali tra buoni e cattivi. Prendere o lasciare. Che, dinanzi ad una terra espropriata, ad anziane signore che si ammanettano ai propri orti occupati da un esercito invasore e non legittimato, a pensionati pestati selvaggiamente, ad adolescenti perquisiti in casa, ai posti di blocco provocatori, una pietra non è niente. Non è proprio niente. Specie quando i cacciatori braccano e asfissiano. E la preda non ha nessuna intenzione di vivere da tale. Di farsi catturare e macellare. A casa propria. E la preoccupazione di certi “compagni” diventa quello che è: un alibi. Un penoso alibi. Speculare a quella morbosa attenzione per le vetrine, dopo Genova. Ma sono superati. E magari se ne rendono anche conto. E questo li rende perversi. Oltre che fuoriluogo.
La Valsusa è la nostra frontiera. Ma non per scimmiottare i trend, che mettono radici anche laddove li si riterrebbe impensabili. La caserma di Ederle, il Mose, i Forconi. Comunicati e slanci ad arrampicarsi sulle lancette del tempo televisivo. Poi più nulla. La Valsusa no. La Valsusa non sono i No-Tav che dipingiamo a nostra immagine e somiglianza, carichi dei nostri difetti, delle nostre paure, delle nostre diserzioni o delle defezioni quando la battaglia chiama. Non sono la nostra catarsi. La Valsusa è altra cosa. O ci fa No-Tav o ci lascia indietro. È questa la differenza. E non ci fa sconti, non si svende a buon mercato. Impone la cura, la partecipazione, l’appartenenza. L’antagonismo come pratica dell’esserci, dell’occuparsi, della difesa. Anche di ciò che sembrava distante anni luce dal nostro internazionalismo di mezza tacca e dall’erba del vicino sempre più verde. Rigassificatori, inceneritori, privatizzazioni di spiagge e terreni. Basta girare la testa, allungare lo sguardo oltre il proprio naso, staccarsi da un monitor. E vedere. Ovunque il potere della speculazione, dell’arroganza di pochi sulla vita di molti, ripropone la Valle. E se diciamo che la Valle deve venire a noi, non lo diciamo certo per pigrizia. Ma per condivisione autentica di ciò che la lotta in Valsusa implica: un ripensamento del nostro agire. Informarsi, come per Domenico, potrebbe essere la sfiga che apre le porte della partecipazione. E della riscossa.
(Nota a margine dell’iniziativa “A sarà dura”, Foggia, Venerdì 27 aprile 2012)
Uno strato di polvere. Come una patina di fumo. Sulle mani, gli avambracci, la fronte, il collo. L’acqua fredda dal rubinetto del bagno. Sfilarsi la felpa, la t-shirt. Alzare la canottiera su, fino alla testa. Schiena allo specchio e sguardo all’indietro, oltre le spalle. Due ferite. Superficiali, dolorose, bellissime. A scrivermi sulla pelle che c’è una strada diversa dal piagnisteo.
No, non sono io il vigliacco. E lo sai. Anche se so che ti piace dirlo, camerata, perché la propaganda in guerra è un obice valido quanto qualsiasi altro. Se non di più. Non sono io l’infame. Anche se ti capisco, quando urli insulti a caso, mutuandoli pari pari dalla storia del gangster che non sei. Al quale proprio non assomigli. L’arditismo, l’onore, “Provate a prenderci”.
E di solito capita che se ti capita a tiro uno – uno di quei fricchettoni fuori dal tempo e dal mondo, uno di quei cenciosi barboni dalla canna d’ordinanza, un musicista sedicenne pieno di sogni e ideali – fai valere la legge della giungla. E te ne vanti con gli amici, spacciandola per legge della strada. Un codice univoco, di cui ti sei sentito depositario per troppi inspiegabili anni. Una cifra stilistica che non ammette repliche.
Arditismo, onore, “Provate a prenderci”.
E così siamo venuti a cercarti. A cercarvi. Perché non siamo gente da comunicati altisonanti, allarmati e allarmanti; perché dedicarvi una richiesta per occupazione di suolo pubblico, una fetta del centro pedonale da popolare di bandiere e cori altisonanti, allarmati e allarmanti – lo abbiamo capito col tempo – è tempo dedicato alla vostra causa. Alla causa della vostra visibilità. Perché fuori dai miti auto-rappresentativi c’è molto da imparare. E pure farvi un paio di scritte sul muro, nottetempo, avrebbe alimentato un sentimento sbagliato. D’invulnerabilità. D’intoccabilità. Un’invincibilità che non vi somiglia affatto. E siamo venuti a cercarvi. Con addosso tutto il peso dei simboli. Carichi di quella magia carica di richiami, quell’occulto più pesante del ferro, che pure dovrebbe, in qualche misura, affascinarvi. Vi abbiamo chiamato a gran voce. Con il fiato e con la miccia corta. Faccia a faccia.
Ingaggio da accademia dei vicoli. Brucia. È questo che brucia. Lo so bene.
Per questo ora ti lamenti, digrigni i denti, parli di inferiorità numerica, di armi improprie. Di vecchi, di bambini, di invalidi e donne incinta. I giornalisti prendono appunti: caschi, coltelli, passamontagna. Ma sai bene che non c’è nulla fuori posto in questa storia. Sei dei nostri sono finiti dentro, accollandosi nei referti tutto il materiale ritrovato sul posto. Gli astemi persino le bottiglie di birra. Ma non è questo il punto.
Osare, questo serve. Dieci, cinquanta o cento, per noi sarebbe stato lo stesso. Una volta partiti, non c’è ritorno. C’era poca polizia, denunci. Come se toccasse ai blu la difesa dei vostri covi. Noi l’antifascismo non lo deleghiamo. È un luogo comune, certo, una frase pronta, precotta, già sentita. Ma è anche una realtà metodologica mica da ridere. E così come non abbiamo mai implorato le istituzioni affinché chiudessero d’imperio, dall’alto, le vostre sedi, alla stessa maniera, e per lo stesso principio, siamo venuti a consegnarvi di persona un messaggio. Che nessuno, in futuro, scambi la nostra sovrana indifferenza per impotenza. Una sede in più o in meno, a noi cambia poco.
Ma i simboli sono fondamentali. Se così non fosse, ci sarebbero i lunedì sera di marzo o i primi pomeriggi di aprile. Quanti militanti avrete in quei giorni? Quanti blu? Invece nel mirino del luminoso pre-cena di sabato non c’era la vostra sede, come avete erroneamente compreso e riportato. C’eravate voi. Le vostre pratiche. Le vostre convinzioni. Voi, come soggetti trascendenti.
Ma alla fine, guardandoci le mani impolverate, o i jeans stremati da più di quattro ore sul pavimento di una questura, dobbiamo amaramente concludere che vi abbiamo sopravvalutato. Che la pratica di strada torna buona solo quando si danno. O quando si deve giocare a fare i reduci. A dire che un tempo, qui, era tutto diverso. Era tutta campagna. E i compagni dell’epoca si affrontavano coi fasci come i paladini delle Chanson de Geste. Secondo le regole della cavalleria. “Roba da anni Settanta”. L’hanno scritto pure i giornali. E magari lo condividete pure. Adoratori di una Costituzione che trent’anni fa avreste combattuto, adesso vi ripulite la faccia nel comune senso della decadenza dei costumi. E tutti a dire: “Che schifo, che vergogna”. Tutti ad assecondare lo schifo e la vergogna dei bravi cittadini neutrali. Ma ai bravi cittadini neutrali non interessano le nostre avventure, camerati. Non importa degli arrestati, del pane a costo zero, del signoraggio o del mutuo sociale. Ricomponetevi come banda. Che perdere una battaglia non è mai così deplorevole come perdere la faccia.
Impressioni sulla cosiddetta Rivolta dei Forconi in Sicilia
“Oggi per tutta la giornata una trentina di compagni/e dei centri sociali palermitani Anomalia e Laboratorio Arrigoni hanno partecipato e sostenuto il presidio del Movimento dei Forconi e degli autotrasportatori”. I compagni mettono un freno alle voci. Al chiacchiericcio casalingo dei collettivi sulla presenza di destri infiltrati, ai sospetti di egemonie ambigue. Al blabla d’ordinanza. E lo fanno con un comunicato da prima linea, onesto e teoricamente impeccabile. Fanno bene. “La protesta popolare che si sta diffondendo in Sicilia come tutte le proteste di questo tipo sono complesse, di massa e contraddittorie, ma di sicuro parlano il linguaggio della lotta contro la globalizzazione, contro Equitalia e lo strozzinaggio legalizzato che sta mettendo in miseria larghe fasce della società siciliana, contro la casta politica di destra e di sinistra che sta mettendo in ginocchio i lavoratori e le loro famiglie, contro l’aumento dei prezzi della benzina”. Che aggiungere? Onore a loro e sempre lodato sia l’attivismo. Ma qui le questioni si sollevano come polvere in una biblioteca abbandonata. E non basta dire che si è dinanzi al complesso, al contraddittorio, per sfuggire a noi stessi. Alle nostre delimitazioni. Al Chi siamo? che dovrebbe guidarci nelle scelte. Probabilmente non basta neppure dire che la pratica autonoma appoggia e alimenta il conflitto a prescindere dai furbetti – di destra o di sinistra – che affollano le manifestazioni per scopi prosaici, puramente pubblicitari. Perché è il respiro delle lotte, la convergenza degli scopi, che fa l’internità alle rivendicazioni. Che ci fa parte dello scontro sociale.
Un partito – e per partito si intende una struttura organizzata, con compiti e ruoli ben definiti, un programma e una strategia a medio e lungo termine, capillarmente diffuso sul territorio, con militanti e dirigenti pronti ad entrare in azione, non certo un simbolo da barrare in caso di saltuarie tornate elettorali – avrebbe si il suo bel da fare. Perché non ci sono solo gli autotrasportatori siciliani in rivolta contro il caro-gasolio. Ci sono i tassisti al Circo Massimo, i farmacisti che si oppongono alle liberalizzazioni. Come i Cobas del latte qualche anno fa. Schegge di un fenomeno che nel Mesozoico si sarebbe definito “proletarizzazione del ceto medio”. Il progressivo impoverimento della piccola-borghesia, la crisi dei ricavati dei padroncini. Un partito, si diceva, si approccerebbe a queste lotte. È vero. Ma godrebbe, anzitutto, di un rapporto di forza che al momento nessuno di noi può neppure sognare di possedere. E da questo farebbe discendere una serie di discriminanti che mirerebbero inevitabilmente al superamento del dato di fatto e all’innalzamento della posta in gioco. In una parola: all’egemonia. Perché è inutile girarci attorno: le lotte o si radicalizzano o si egemonizzano. Non siamo l’esercito della salvezza. Non forniamo manodopera a costo zero. Non siamo degli idealisti sciocchi, degli utili idioti, alla mercé di chiunque voglia fare un po’ di casino per strada. Agricoltori, notai, commercialisti. Accettare la piattaforma rivendicativa dei “rivoltosi” siciliani significa, di fatto, accettare una logica di scontro tra settori della società che non ci appartengono, che ci sono estranei quando non avversi, seppure quella stessa “rivolta” risulti occasionalmente appoggiata dai braccianti o se per noi quelle rivendicazioni significano “lotta alla globalizzazione”. Per gli autotrasportatori l’orizzonte è un sostanzioso rimborso spese sul carburante. A spese, probabilmente, della collettività regionale. E basta. E per noi questo non è neppure un passaggio tattico, come si diceva ai tempi.
Dobbiamo fare i seri, i colti, i preparati? E sia! Georgi Dimitrov, dirigente bulgaro dell’Internazionale, nel suo Rapporto al VII Congresso, definì il Fascismo come la “dittatura terroristica aperta del capitale finanziario”. Una definizione destinata a imperitura fortuna. A ripetizioni ennesime, quasi pappagallesche, da parte di centinaia, di migliaia di compagni-Bignami in cerca di capisaldi teorici. Una citazione senz’altro adatta a indicare i confini del Fascismo-Stato, quello che per il Comintern accomunava Italia e Germania, nel 1935. Ma, se lo vogliamo dire, assolutamente inadatta a chiudere il discorso rispetto alla complessità del movimento fascista ai suoi esordi e alla sua differente invasività nei differenti territori. Per l’Italia, quanto meno, probabilmente è più efficace la spiegazione che dei tratti somatici del Fascismo-movimento ha dato Renzo De Felice: espressione della “lotta di classe della piccola-borghesia”. Il piccolo-borghese – quello “solo un po’ coglione” di gaberiana memoria – carico di frustrato rancore impotente nei confronti dei pescecani della finanza, delle banche, del grande borghese e delle istituzioni-sanguisuga, e al contempo reso timoroso (quando non terrorizzato) dall’ascesa del movimento proletario, dal cui orizzonte valoriale è separato per indole e presunto merito, che trova il suo rappresentante ideale nel violento, irrazionale, vitalista fascista. Che combatte e vince in delega le battaglie che, da solo, il piccolo-borghese non saprebbe neppure cominciare. Se si omette questo aspetto della cosiddetta “rivoluzione fascista”, si tace sull’aspetto che – più ancora del corporativismo o del fideismo cattolico – maggiormente ha lasciato spore nella vita politica di questo Paese. Sull’aspetto destinato ancora oggi a raccogliere fortune, nonostante il parere illuminato di molti compagni – che prima hanno reso il Fascismo una specie di macchietta e poi ne hanno a chiacchiere combattuto gli spaventapasseri – che hanno relegato le sparate “antiplutocratiche” di Forza Nuova o Casa Pound a semplici “furti ideologici” ai danni di una sinistra distratta. Ma così non è. L’armamentario anti-capitalista del Fascismo non è roba degli anni Zero. E neppure degli anni Sessanta. È una caratteristica insita nel movimento. E se si omette l’internità di queste posizioni ad una classe – o sottoclasse, come la piccola-borghesia – è ovvio che si perdono i parametri.
In quest’ottica è semplicemente assurdo, quando non antistorico, sorprendersi delle simpatie dei gruppi neofascisti per i blocchi stradali dei tartassati epigoni del ceto medio. O, peggio ancora, ritenerli ospiti inattesi. E da lontano credere che sia l’inizio di una rivolta generalizzata, antipolitica ed antiborghese. Una disarmante innocenza, o una paurosa distanza dalla vita reale. Si scelga il male minore. Non è il caso dei compagni siciliani attivi sul campo, ovviamente. Non ci permetteremmo mai di criticare le pratiche. Di coloro che con la presenza tentano di arginare una deriva. (Uno degli spettacoli più ridicoli, raggelanti e grotteschi, ai quali capita occasionalmente di assistere è la presa di posizione decisa, ferma e definitiva, dei collettivi politici del microcosmo. Su questioni di ampio respiro, di interesse nazionale o planetario. Volantini in ciclostile o nota su facebook. È uguale. Come vedere l’incontro del Mar Baltico col Mare del Nord a Nordkapp. Lascia il segno). Ma, guardiamoci negli occhi: questa delle corporazioni è una battaglia che non ci riguarda. Anacronismo per anacronismo, un tempo si attribuiva alla Classe Operaia il ruolo di guida del proletariato in lotta. Perché quando i metalmeccanici sceglievano la via del conflitto, dietro le bandiere dello scontro s’allineava l’intero indotto della classe. Fino ai ferrovieri e ai bidelli. E di solito si lottava per il contratto nazionale di lavoro, per evitare la polverizzazione delle istanze, per riunire le monadi fino allo Statuto dei Lavoratori o, nei casi più arditi, all’Uomo nuovo. Non per pagare di meno il gasolio. Certo, negli anni, al mutare dei contesti e soprattutto delle guide (sindacali e politiche), anche le lotte operaie (guai a mitizzare!) hanno assunto in diverse occasioni i tratti esterni della lotta di categoria fine a sé stessa. Arese, Termini Imerese, Melfi. Destinandosi, non a caso, al dimenticatoio della storia e alla sconfitta. In soldoni: la differenza sostanziale tra la causa generale, quasi universale, degli operai organizzati e la strenua difesa dei privilegi di categoria, per quanto ammantata di populistici richiami alla guerra sociale, dovrebbero apparire chiari a chi ha fatto della militanza una scelta di vita. Tra le tante, magari, ma pur sempre una scelta. Invece: Viva la Rivoluzione Siciliana!, strepitano tutti. E nessuno prende un treno, un aereo, noleggia un furgone, e parte.